Cosa gli economisti non hanno capito dell’indipendenza della Scozia

Tutti gli economisti, da Paul Krugman a Joseph Stiglitz, si fossilizzano sui rischi economici dell’indipendenza della Scozia, ignorando il sentimento che si cela dietro il sì

La Scozia dovrebbe lasciare il Regno Unito per diventare una nazione indipendente? Gli economisti pensano di sapere la risposta, ma come mai in Scozia non li ascolta nessuno?

Gli scozzesi farebbero bene ad arrossire per tutte le attenzioni ricevute dagli economisti di fama internazionale. Senza contare tutti esponenti politici di spicco e premi Nobel che hanno abbandonato temi quali i cambiamenti epocali del mercato del lavoro Americano, le istanze della Banca Centrale Europea sull’inflazione, l’interazione con la politica fiscale e monetaria giapponese e la lotta alla povertà globale per interessarsi al futuro di un paese di soli cinque milioni di abitanti che non se la passa neppure così male.

Il premio Nobel Paul Krugman ha voluto far presente agli Scozzesi che mantenere la sterlina senza avere alcun controllo sulla politica monetaria non è affatto una buona idea. Barry Eichengreen, dell’Università di California Berkeley, pensa che ci sia troppa incertezza sulle risorse naturali del territorio. Il premio Nobel Joseph Stiglitz sostiene che una Scozia indipendente avrà maggiori incentivi a investire nei suoi abitanti e che l’Unione europea sarà l’ancora di salvezza dalle diseconomie di scala che affliggono i paesi di piccole dimensioni. Ma Adam Posen, un ex membro della Commissione per le Politiche Monetarie della Banca d’Inghilterra, oggi presidente del Istituto per l’Economia Internazionale Peterson, pensa che l’Unione europea non possa sostituire il Regno Unito.

Anche l’élite degli economisti dell’Initiative on Global Markets dell’Università di Chicago ha detto la sua, concordando che una Scozia indipendente sarebbe costretta ad affrontare «la più grande instabilità economica di tutti i tempi». Eppure, Jeffrey Sachs della Columbia University pensa che una rapida adesione della Scozia all’Unione europea e alla NATO metterebbe a tacere tutte queste preoccupazioni.

Si tratta indubbiamente di grandi economisti, ma nessuno di essi, ad eccezione di Angus Deaton dell’élite di Chicago, è scozzese. Abbandonare le questioni che più stavano loro a cuore per offrire consulenza gratuita alla Scozia potrebbe essere un gesto di benevolenza nei confronti della patria di Adam Smith oppure semplicemente l’ennesima opportunità colta per mostrare la loro forza intellettuale. Ad ogni modo, non è detto che la Scozia segua i consigli ricevuti.

Per capirne le ragioni, è sufficiente dare uno sguardo più attento al mondo.

Molti paesi hanno rifiutato politiche economiche apparentemente logiche in favore di politiche teoricamente dannose, alcuni con la consapevolezza di andare controvento, tutti con le loro buone ragioni.

Per esempio, il Giappone ha mantenuto i suoi pesanti dazi sulle importazioni di riso, a livelli superiori del settecentosettantotto percento del valore dello stesso riso. Per un paese che basa la sua economia sul commercio persino nel ventunesimo, e che mangia molto riso, potrebbe sembrare un anatema. Ma il Giappone ha scelto di proteggere i suoi produttori di riso, considerandoli parte della nazione del tessuto sociale. Anche se i gusti dei giapponesi si stanno spostando verso il pane, il governo continua a difendere i dazi con sacralità.

Il mercato del lavoro francese è un altro possibile esempio. Guai al datore di lavoro che cerca di licenziare qualcuno in Francia! Le offerte di lavoro sono spesso offerte a tempo indeterminato, con il conseguente aumento della disoccupazione e di parte della popolazione dipendente dallo stato sociale. Tuttavia, gli elettori francesi hanno rifiutato qualsiasi eventualità di cambiare lo status quo, anche quando sembrava pronto a farlo. Dopo tutto, gran parte di essi hanno grandi garanzie sul lavoro, viste come un diritto fondamentale.

Un ultimo esempio pertinente viene dalla Corea. La parte meridionale è una delle economie più fiorenti al mondo, mentre la parte settentrionale, secondo la maggior parte dei dati non pervenuti dalle visite delle celebrità, è un caso disperato perennemente sull’orlo della carestia. Per la Corea del sud, il costo dell’unificazione con il nord sarebbe enorme. Dovrebbe rinunciare a più del sette percento del PIL per un decennio, secondo il suo ministro delle finanze. Ciononostante, buona parte dei sudcoreani ancora vogliono l’unità della penisola per ragioni culturali, familiari, storiche e di sicurezza.

Come Stiglitz, apparentemente solo, riconosce, il referendum in Scozia riguarda anche questioni che vanno oltre le istanze economiche. Secondo lui «la vision del mondo e il sistema dei valori della Scozia è diverso rispetto a quello diffuso a sud del confine» e la principale questione per gli scozzesi è se questa visione può trovare la sua valorizzazione attraverso l’indipendenza. Posen, nel frattempo, etichetta le istanze economiche della Scozia come “peccaminoso orgoglio” e “machismo tribale” mentre definisce “hippie” la palese empatia di Stiglitz verso la Scozia.

La verità è che questo è un terreno impervio per gli economisti. Non sono sociologi o studiosi della cultura scozzese. L’economia li ha messi su un piedistallo dal quale sono soliti parlare di temi essenziali usando in modo erroneo la loro visione condivisa. Perché le loro opinion in merito dovrebbero avere maggior valore del comune mortale?

La Scozia non ne ha bisogno. La Scozia può votare per l’indipendenza perché vuole essere una repubblica, perché vuole maggior integrazione con l’Europa, perché la sua cultura è fondamentalmente distinta o perché la sua politica prevalentemente di centro-sinistra non vuole più stare al passo con quella del Regno Unito. Nessuna di queste ragioni è strettamente economica e ognuna di esse può prevalere sulla visione economica delle cose.

Se gli scozzesi decideranno di ignorare gli economisti, non è perché non li hanno ascoltati.

Fonte:

What economists don’t understand about Scots, di Daniel Altman

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