Il Parlamento catalano approva una nuova Legge d’Aran

Il cui testo definisce l’assetto istituzionale della Valle d’Aran, «una realtà nazionale occitana», nel territorio autonomo della Catalogna

 

Il Parlamento catalano ha votato a maggioranza la legge sullo statuto speciale della Valle d’Aran, il cui testo regolamenta il ruolo della Valle d’Aran all’interno del territorio catalano, e che aggiorna la legge vigente, ovvero la Legge d’Aran del 1990, che ha restaurato le istituzioni aranesi.

Il testo esordisce affermando che «La Valle d’Aran costituisce una realtà nazionale con un’identità propria e distinta all’interno della Catalogna, deducibile dall’esistenza di una lingua e di una cultura propria, che la lega al resto dell’Occitania da cui è divisa». Di fatto, la nuove Legge d’Aran ammette che «è della nazione occitana che la Valle d’Aran dovrebbe far parte».

Secondo il deputato aranese al Parlamento catalano, Àlex Moga, che è anche il sindaco di Vielha e uno dei protagonisti della legge appena approvata, il testo «soddisfa la maggior parte dei desideri e delle rivendicazioni della Valle d’Aran» e «rappresenta un passo avanti per lo sviluppo economico, identitario, culturale, delle politiche sociali, educative e sanitarie». Moga sottolinea che questa nuova legge favorisce l’autonomia della Valle d’Aran e protegge le istituzioni aranesi, messe in pericolo da una nuova legge dello stato spagnolo di razionalizzazione delle amministrazioni locali.

Un progetto di legge lungo sei anni

Nel luglio del 2009, il presidente dell’epoca, il socialista Francés Boya, presentò alla Generalitat catalana la prima proposta di legge. L’allora consigliere e di governo e della pubblica amministrazione ricevette la pendrive contenente la proposta direttamente dalle mani di Boya. Già in quel momento il consigliere constatò la rottura tra il governo catalano e gli aranesi e la relativa realtà nazionale.

La prima bozza della proposta di legge Aran è stato il risultato di un testo elaborato dal Consiglio generale d’Aran composta dai partiti Unitat d’Aran (AU) Convergéncia Democratica Aranesa (CDA) e il Partit Renovaire d’Arties-Garòs (PRAG).

In quel momento, Francés Boya fece delle dichiarazioni profetiche. «Bisogna continuare a ottenere consensi che instaureranno un dibattito su questo documento e bisognerà avere la forza, l’amore e la capacità di seduzione per affrontare questo lungo processo», disse Boya.

Nel 2010, la coalizione di sinistra sostenuta dal socialista José Montilla guidava il governo catalano. Artur Mas, di Convergéncia e Union (CIU), divenne il nuovo presidente catalano. Nel 2011 si cambia anche in Valle d’Aran con l’elezione a presidente del membro di CIU Carlos Barrera. Il processo di emendamento e di approvazione del progetto della Legge d’Aran va avanti. In quel periodo, il testo è stato oggetto di un processo di trasformazione a cui hanno preso parte personaggi della vita politica, sociale e culturale della Valle d’Aran, e dell’Occitania in generale, fino ad arrivare alla sua stesura definitiva.

La legge

La legge definisce la Valle d’Aran come «una realtà nazionale occitana», stabilisce che il suo inno è la versione locale di Se Canta [l’inno della nazione occitana, ndt], intitolata Montanhes Araneses, e che la bandiera è data dalla croce occitana con lo scudo di Aran. Definisce che la sua lingua è l’occitano, riconoscendo anche la variante aranese, e stabilisce una politica linguistica secondo cui l’occitano è una lingua «di uso comune» nell’amministrazione pubblica e «lingua oggetto di studio»nel sistema di istruzione.

La legge definisce anche il Consiglio generale d’Aran, il suo funzionamento, la legge elettorale, i diritti civili, l’organizzazione territoriale, le politiche sociali, l’istruzione, le infrastrutture, la sicurezza, la sanità, ecc.

Si definiscono, inoltre le relazioni del Consiglio generale d’Aran con il Governo e il Parlamento catalano e il suo finanziamento, per rendere possibile un pieno autogoverno.

La legge garantisce che la Valle d’Aran non sarà inclusa nella suddivisione amministrativa della Catalogna. Questo è stato un aspetto molto ambito da tutti i politici aranesi, rappresentando uno storico diritto tutelato da quando la Catalogna definì la sua divisione territoriale con le cosiddette vigariás.

Il contesto storico

In seguito alla sconfitta di Muret nel 1213, la Francia ha sfruttato i territori occitani per la crociata contro i catari mentre la Catalogna guardava al mediterraneo. Ma gli aranesi decisero di appoggiare la corona di Catalogna e Aragona, che riconosceva l’organizzazione amministrativa aranese per mezzo di diversi trattati e documenti. In particolare un documento, noto come Querimonia, conferì dei privilegi e dei diritti storici alla Valle d’Aran dal 1313 al 1839. Si tratta di un documento che descrive i costumi e le tradizioni degli aranesi per dare a essi un riconoscimento legale. Il documento dava dei diritti e dei privilegi al piccolo paese occitano. La Querimonia stabiliva agli aranesi la franca proprietà dei loro territori boschivi e montuosi, come delle loro acque, il diritto di pesca e di caccia e anche l’esenzione da alcune imposte, oltre al riconoscimento di un regime economico tradizionale. Ma, soprattutto, la Querimonia lasciava la Valle d’Aran sotto la corona di Barcelona, per evitare l’alto rischio che la valle cadesse in una disputa feudale tra signorie. Il risultato di tutto questo è un paese autonomo, libero dal feudalesimo, la cui gran parte del territorio è ancora oggi di proprietà pubblica.

Quando la Catalogna perse la sua istituzione e la sua libertà, in seguito alla sconfitta del 1714, la Valle d’Aran conservò il suo assetto istituzionale, in quel momento non messo in discussione dall’autorità spagnola. Ma, nel 1834, il Regno di Spagna soppresse il Consiglio generale d’Aran e impose al paese il nuovo regime istituzionale spagnolo, annettendo la Valle d’Aran nella provincia di Lleida.

Dopo 156 anni, nel 1990, il Consiglio generale d’Aran viene ripristinato. La Generalitat della Catalogna ha accolto le rivendicazioni aranesi ripristinando la sua autonomia con la quale ha potuto e può attuare politiche in materia di istruzione, sanità, cultura, ambiente, agricoltura e turismo. Quella legge del 1990 oggi si è evoluta.

Fonte:

Lo Parlament de Catalonha a aprovat la Lei d’Aran“, di redazione Jornalet

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2014, l’anno del nazionalismo

Il 2014 è stato interessato da una serie di eventi dai quali è possibile, sia per i nazionalismi maturi sia per quelli emergenti, trarre interessanti insegnamenti che potranno indirizzare il percorso per il raggiungimento dell’indipendenza di molte nazioni.

 

Il primo evento di interesse è stata la dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte della Crimea, già repubblica autonoma dell’Ucraina, avvenuta l’11 marzo, e l’ annessione alla Federazione russa, avvenuta a seguito dell’esito positivo di un referendum cinque giorni dopo. La cosiddetta crisi di Crimea è scoppiata in seguito alle proteste della popolazione della penisola nei confronti della decisione del governo ucraino di rafforzare i rapporti con l’Unione europea attraverso l’istituzione di un’area di libero scambio, chiedendo che si riallacciassero i rapporti con la Federazione russa, interrotti da quest’ultima a causa di un embargo.

Il referendum non è valido dal punto di vista del diritto interno ucraino, in quanto la Repubblica autonoma di Crimea, secondo gli articoli 1 e 6 della sua Costituzione, è parte integrante della Repubblica ucraina e la sua autonomia è limitata dalla stessa Costituzione nonché dalla Costituzione ucraina e da leggi ordinarie. Inoltre, il referendum vìola gli articoli 2 e 17 della Costituzione ucraina, che prevedono espressamente l’indivisibilità del suo territorio e la difesa dell’integrità dello stesso.

Ciò ha creato una situazione di contenzioso internazionale per la quale la Crimea è de facto parte della Federazione Russa, adottando la sua moneta e il suo fuso orario e indicendo le elezioni secondo il suo calendario, rivendicata dall’Ucraina come territorio temporaneamente occupato. Il referendum non è stato riconosciuto neppure dalla comunità tartara di Crimea, mentre ha trovato l’immediata approvazione della Federazione russa.

Con la risoluzione dell’Assemblea Generale 68/262 del 27 marzo, l’ONU ha dichiarato l’invalidità del referendum e la difesa dell’integrità del territorio ucraino con cento voti a favore, undici contro e ottantadue tra astenuti e assenti. Secondo la risoluzione, l’annessione della Crimea alla Federazione russa non solo violerebbe il diritto interno ucraino ma anche il diritto internazionale. In particolare, con il Memorandum on Security Assurances firmato a Budapest nel 1994, la Russia si impegnava, insieme agli Stati Uniti e al Regno Unito, a rispettare l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina in tutto il suo territorio, a patto che quest’ultima aderisse al Trattato di non prolificazione nucleare. Inoltre, con il Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato del 1997 tra Russia e Ucraina, la prima si impegnava a non avanzare pretese territoriali sulla seconda e di creare un’area di libero scambio tra i due stati. Inoltre, il comportamento della Russia vìola l’Atto finale di Helsinki e la risoluzione 24/2625 del 24 ottobre 1970, che ha per oggetto i Principi di diritto internazionale concernenti le relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati.

Dalla questione della Crimea emerge che, qualora non sia possibile ottenere l’autodeterminazione attraverso il diritto interno, è necessario ricorrere al diritto internazionale… Oppure avvalersi della protezione di uno stato che possa permettersi il lusso di violare anche quello.

 

Un altro evento di interesse è stato l’annuncio ufficiale dell’abbandono della lotta armata come strumento per l’autodeterminazione da parte del Fronte di Liberazione Nazionale Corso del 25 giugno. Il documento sottolinea che, pur essendo stata molto utile nei decenni precedenti sia per far conoscere la questione corsa sia per difendere il territorio dalla criminalità organizzata tollerata dallo stato francese, la lotta armata ha fatto il suo tempo e non paga più. Per questo motivo, il fronte ha deciso di demilitarizzarsi e di uscire gradualmente allo scoperto, continuando a lottare per l’indipendenza della Corsica tramite gli strumenti democratici che offrono il diritto internazionale e il diritto francese.

Dalla questione della Corsica emerge che la lotta armata oggi è controproducente perché, oltre ad arrecare umane sofferenze che potrebbero essere evitate, si corre il rischio di essere messi in cattiva luce, visto il successo che stanno ottenendo i percorsi pacifici di autodeterminazione, e di scatenare reazioni violente da parte degli stati occupanti.

 

L’evento che più ha solleticato l’opinione pubblica mondiale è stato il referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, tenutosi il 18 settembre. Dopo aver tenuto le sorti della nazione appese a un filo per quasi due anni, dato che i sondaggi non riuscivano a fornire dati rassicuranti per nessuna delle due fazioni, il No ha vinto con il 55,3% dei voti. La vittoria del avrebbe determinato l’abrogazione dell’Atto di Unione del 1707, possibile grazie all’ordinamento britannico, basato sul common law, e aperto le trattative tra Scozia e Regno Unito, grazie all’accordo siglato tra il Primo Ministro scozzese e il Primo Ministro britannico il 15 ottobre 2012, noto anche come Accordo di Edimburgo.

Dall’esito del referendum è possibile individuare anche i fattori che hanno portato alla vittoria del No. In primo luogo ha influito l’età. Sono stati, infatti, i giovani a dare il maggior contributo all’indipendenza, mentre, al crescere dell’età si riduceva drasticamente la propensione alla liberazione; anche la situazione socio-economica è stata determinante per il voto. Le percentuali più alte del sono state rilevate nelle aree dove c’è maggior deprivazione sociale mentre, al contrario, le percentuali più alte di No hanno interessato le classi di reddito personale più alte; ultimo, ma non meno importante, è il senso di appartenenza. Il è stato il voto di chi si sente di nazionalità scozzese, mentre il No è stato il voto di chi si sente britannico.

Dalla questione della Scozia emerge che il presupposto imprescindibile per ottenere l’indipendenza è la consapevolezza della propria identità, ma l’interesse, più o meno palese, nello stato occupante può ostacolare in modo decisivo il processo di autodeterminazione. L’indipendenza può permettersela chi non ha nulla da perdere liberandosi dall’occupante.

 

Ma nel corso di quest’anno c’è stato anche un altro referendum, quello dell’indipendenza della Catalogna, svoltosi il 9 novembre. A seguito del rifiuto da parte del Parlamento spagnolo all’autorizzazione al referendum, il Parlamento catalano ha approvato la legge 10/2014 del 26 settembre, detta anche la ley de consultas de Cataluña. Il Primo Ministro spagnolo ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale che ha sospeso la legge in attesa di una decisione definitiva, che arriva il 4 novembre, dichiarando l’incostituzionalità della consultazione catalana.

Il Presidente della Generalitat Catalana, Artus Mas, non si ferma e dichiara che la consultazione si terrà anche senza il riconoscimento da parte dello stato spagnolo. I voti a favore dell’indipendenza sono stati l’80,72, mentre il 10,1% ha votato a favore di uno stato all’interno di una federazione spagnola e il 4,5% per mantenere lo status quo. Lo svolgersi del referendum, in barba alle disposizioni delle istituzioni spagnole, è costato a Mas trentadue capi di imputazione, tra i quali l’abuso di ufficio, la disobbedienza civile e la malversazione di fondi pubblici. I giorni successivi al referendum sono diventati un botta e risposta tra il presidente Mas e il Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy. Il primo ha proposto di limitare gli scontri modificando la Costituzione spagnola per ottenere l’indipendenza procedendo in modo graduale, dapprima con elezioni anticipate in cui tutti i partiti concorrenti dovranno esprimere apertamente l’approvazione o l’opposizione all’indipendenza, poi con successive modifiche allo status della Catalogna all’interno dello stato spagnolo, mentre il secondo si è opposto con fermezza a ogni richiesta che proviene da Barcellona.

Dalla questione della Catalogna emerge che per ottenere l’indipendenza attraverso il dialogo con lo stato occupante, come alternativa alla creazione di un contenzioso internazionale, è necessario avere uno stato occupante disposto al dialogo.

 

Infine, ogni protesta contro le decisioni degli stati occupanti, che sia quella dei bretoni e degli alsaziani contro una riforma territoriale irrispettosa delle identità nazionali o quella dei sardi contro le servitù militari o ancora quella dei corsi contro l’abusivismo edilizio, ci insegna che nessuno stato sarà mai benevolo nei confronti delle nazioni occupate e opporsi alle sue decisioni, con la consapevolezza che solo una liberazione potrà migliorare le cose, è parte imprescindibile della lotta di liberazione. Ciò, insieme alle sempre più numerose associazioni di solidarietà tra nazioni, suggerisce la strada da seguire. La creazione di una rete di relazioni tra nazioni senza stato unite nella lotta comune contro gli stati occupanti senza mai scendere a patti con essi, che si tratti di regionalismo o di chiedere di allentare la morsa del colonialismo.

Cosa gli economisti non hanno capito dell’indipendenza della Scozia

Tutti gli economisti, da Paul Krugman a Joseph Stiglitz, si fossilizzano sui rischi economici dell’indipendenza della Scozia, ignorando il sentimento che si cela dietro il sì

La Scozia dovrebbe lasciare il Regno Unito per diventare una nazione indipendente? Gli economisti pensano di sapere la risposta, ma come mai in Scozia non li ascolta nessuno?

Gli scozzesi farebbero bene ad arrossire per tutte le attenzioni ricevute dagli economisti di fama internazionale. Senza contare tutti esponenti politici di spicco e premi Nobel che hanno abbandonato temi quali i cambiamenti epocali del mercato del lavoro Americano, le istanze della Banca Centrale Europea sull’inflazione, l’interazione con la politica fiscale e monetaria giapponese e la lotta alla povertà globale per interessarsi al futuro di un paese di soli cinque milioni di abitanti che non se la passa neppure così male.

Il premio Nobel Paul Krugman ha voluto far presente agli Scozzesi che mantenere la sterlina senza avere alcun controllo sulla politica monetaria non è affatto una buona idea. Barry Eichengreen, dell’Università di California Berkeley, pensa che ci sia troppa incertezza sulle risorse naturali del territorio. Il premio Nobel Joseph Stiglitz sostiene che una Scozia indipendente avrà maggiori incentivi a investire nei suoi abitanti e che l’Unione europea sarà l’ancora di salvezza dalle diseconomie di scala che affliggono i paesi di piccole dimensioni. Ma Adam Posen, un ex membro della Commissione per le Politiche Monetarie della Banca d’Inghilterra, oggi presidente del Istituto per l’Economia Internazionale Peterson, pensa che l’Unione europea non possa sostituire il Regno Unito.

Anche l’élite degli economisti dell’Initiative on Global Markets dell’Università di Chicago ha detto la sua, concordando che una Scozia indipendente sarebbe costretta ad affrontare «la più grande instabilità economica di tutti i tempi». Eppure, Jeffrey Sachs della Columbia University pensa che una rapida adesione della Scozia all’Unione europea e alla NATO metterebbe a tacere tutte queste preoccupazioni.

Si tratta indubbiamente di grandi economisti, ma nessuno di essi, ad eccezione di Angus Deaton dell’élite di Chicago, è scozzese. Abbandonare le questioni che più stavano loro a cuore per offrire consulenza gratuita alla Scozia potrebbe essere un gesto di benevolenza nei confronti della patria di Adam Smith oppure semplicemente l’ennesima opportunità colta per mostrare la loro forza intellettuale. Ad ogni modo, non è detto che la Scozia segua i consigli ricevuti.

Per capirne le ragioni, è sufficiente dare uno sguardo più attento al mondo.

Molti paesi hanno rifiutato politiche economiche apparentemente logiche in favore di politiche teoricamente dannose, alcuni con la consapevolezza di andare controvento, tutti con le loro buone ragioni.

Per esempio, il Giappone ha mantenuto i suoi pesanti dazi sulle importazioni di riso, a livelli superiori del settecentosettantotto percento del valore dello stesso riso. Per un paese che basa la sua economia sul commercio persino nel ventunesimo, e che mangia molto riso, potrebbe sembrare un anatema. Ma il Giappone ha scelto di proteggere i suoi produttori di riso, considerandoli parte della nazione del tessuto sociale. Anche se i gusti dei giapponesi si stanno spostando verso il pane, il governo continua a difendere i dazi con sacralità.

Il mercato del lavoro francese è un altro possibile esempio. Guai al datore di lavoro che cerca di licenziare qualcuno in Francia! Le offerte di lavoro sono spesso offerte a tempo indeterminato, con il conseguente aumento della disoccupazione e di parte della popolazione dipendente dallo stato sociale. Tuttavia, gli elettori francesi hanno rifiutato qualsiasi eventualità di cambiare lo status quo, anche quando sembrava pronto a farlo. Dopo tutto, gran parte di essi hanno grandi garanzie sul lavoro, viste come un diritto fondamentale.

Un ultimo esempio pertinente viene dalla Corea. La parte meridionale è una delle economie più fiorenti al mondo, mentre la parte settentrionale, secondo la maggior parte dei dati non pervenuti dalle visite delle celebrità, è un caso disperato perennemente sull’orlo della carestia. Per la Corea del sud, il costo dell’unificazione con il nord sarebbe enorme. Dovrebbe rinunciare a più del sette percento del PIL per un decennio, secondo il suo ministro delle finanze. Ciononostante, buona parte dei sudcoreani ancora vogliono l’unità della penisola per ragioni culturali, familiari, storiche e di sicurezza.

Come Stiglitz, apparentemente solo, riconosce, il referendum in Scozia riguarda anche questioni che vanno oltre le istanze economiche. Secondo lui «la vision del mondo e il sistema dei valori della Scozia è diverso rispetto a quello diffuso a sud del confine» e la principale questione per gli scozzesi è se questa visione può trovare la sua valorizzazione attraverso l’indipendenza. Posen, nel frattempo, etichetta le istanze economiche della Scozia come “peccaminoso orgoglio” e “machismo tribale” mentre definisce “hippie” la palese empatia di Stiglitz verso la Scozia.

La verità è che questo è un terreno impervio per gli economisti. Non sono sociologi o studiosi della cultura scozzese. L’economia li ha messi su un piedistallo dal quale sono soliti parlare di temi essenziali usando in modo erroneo la loro visione condivisa. Perché le loro opinion in merito dovrebbero avere maggior valore del comune mortale?

La Scozia non ne ha bisogno. La Scozia può votare per l’indipendenza perché vuole essere una repubblica, perché vuole maggior integrazione con l’Europa, perché la sua cultura è fondamentalmente distinta o perché la sua politica prevalentemente di centro-sinistra non vuole più stare al passo con quella del Regno Unito. Nessuna di queste ragioni è strettamente economica e ognuna di esse può prevalere sulla visione economica delle cose.

Se gli scozzesi decideranno di ignorare gli economisti, non è perché non li hanno ascoltati.

Fonte:

What economists don’t understand about Scots, di Daniel Altman

Lettera aperta degli imprenditori scozzesi a favore del Sì

Si riporta in seguito la lettera aperta firmata da circa duecento imprenditori scozzesi che vedono nell’indipendenza l’opportunità per un futuro migliore. La lettera è in risposta ad un’altra firmata da circa centotrenta imprenditori britannici che per mettere in guardia sui rischi dell’indipendenza dal punto di vista economico.

 

«Siamo imprenditori scozzesi di differente natura e sparsi in tutto il mondo. Crediamo che l’indipendenza sia nel pieno interesse dell’economia della Scozia e del suo popolo.

Una Scozia indipendente riconoscerebbe le sue imprese, piccole o grandi che siano, come fonte di salute e di lavoro per il futuro economico della nazione. Avvierebbe un processo in cui l’innovazione, la ricerca e l’imprenditorialità sono sempre incoraggiate. L’indipendenza farà passare il potere nelle mani del popolo scozzese, che potrà canalizzare le enormi risorse del paese nell’interesse dei suoi abitanti.

Avremmo il potere di valorizzare i punti di forza della nostra economia e di poter affrontare un mondo sempre più competitivo. Ci saranno sempre più opportunità per i nostri giovani di talento e determinati per restare in Scozia e trovare il meritato successo.

Pensiamo che Westminister non abbia mai prestato sufficiente attenzione agli interessi economici della Scozia. Le incursioni fiscali sull’industria petrolifera e sui fondi pensione da parte sia dei laburisti che dei conservatori sono dei chiari esempi di come la politica britannica si concentri solo sul breve termine senza pensare agli effetti di lungo termine. L’economia scozzese è spesso trattata come una vacca da mungere piuttosto che una parte strategicamente importante di una società più prosperosa e giusta.

La reale minaccia per la Scozia è l’uscita del Regno Unito dal mercato unico europeo. La Scozia ha bisogno di aprirsi al mondo e di cogliere le opportunità che esso offre. Votare Sì rappresenta un’opportunità per chi fa impresa o cerca lavoro per questa generazione e quelle future

 

Fonte:

200 Business people declare for YES with an economic vision” di Gordon MacIntyre-Kemp

Piccolo è bello: stati disintegrati in un’Europa integrata

In Europa cresce l’indipendentismo. Sebbene la crisi dell’eurozona ha di certo accentuato le tensioni interne, le ragioni di fondo sono la globalizzazione e la realizzazione del progetto europeo. Gli indipendentisti voglio usufruire del mercato unico europeo, ma non vogliono sottostare al controllo centralizzato degli attuali governi. Rinegoziare i rapporti tra centro e periferia è preferibile a una soluzione che preveda minacce politiche o l’uso della forza.

Lungo il corso della storia, pochi sono i luoghi in cui le cartine sono cambiate frequentemente e bruscamente come in Europa. Oggi, le forze politiche, meno violente e sanguinose che in passato, ma ugualmente distruttive, stanno lentamente e impercettibilmente erodendo i confini di alcuni stati. Le tensioni all’interno degli stati, e non le inimicizie tra le varie potenze, sono la causa dei cambiamenti della geografia politica dell’Europa.

L’indipendentismo cresce in tutta Europa, con movimenti che aspirano a staccarsi dallo stato centrale e aderire all’Unione europea (Bardos 2013). A settembre, gli scozzesi rifiuteranno o confermeranno l’atto di unione del 1707 con il Regno Unito di Gran Bretagna, così come a novembre i catalani voteranno un referendum non autorizzato relativo alla loro indipendenza. Anche le Fiandre stanno spingendo con forza, ma senza successo, verso la strada referendaria. Ironia della sorte, in tutti e tre i casi movimenti indipendentisti maturi sfidano antiche e consolidate monarchie.

Eppure quasi nessun stato europeo, a prescindere dalla forma di governo, è immune dai movimenti nazionalisti. Secondo stime approssimative, ci sono circa cento movimenti in ventinove stati che aspirano all’autonomia dal governo centrale o all’autodeterminazione del proprio popolo. Questi gruppi differiscono profondamente in termini di rapporti con lo stato centrale, supporto popolare e, fondamentalmente, per la possibilità di ottenere l’indipendenza. L’uscita della Scozia dal Regno Unito potrebbe avere l’imprevisto effetto di risvegliare i movimenti indipendentisti sopiti e di rafforzare quelli maturi.

Integrazione economica e disintegrazione politica

Per molti osservatori, le forze indipendentiste della Catalogna, Scozia e delle Fiandre sono nient’altro che il risultato della disperazione economica che affligge l’Europa (Palacio 2012). La competizione per le risorse sempre più scarse alimenta i conflitti tra gruppi di differente cultura e preferenze politiche ma che convivono negli stessi confini legali e amministrativi. Mentre la crisi dell’eurozona sta di certo rafforzando i movimenti indipendentisti, inasprimento delle tensioni all’interno degli stati è dovuta ai cambiamenti strutturali in corso nel vecchio continente. Nello specifico, le principali cause sono la globalizzazione e la realizzazione del progetto europeo.

Quando gli stati rimuovono le barriere commerciali, l’integrazione economica riduce i benefici dei più ampi confini e incrementa i costi del tenere insieme popoli diversi tra loro (Alesina e Spolaore 2003). I Catalani e gli Scozzesi, ad esempio, rispondono perfettamente a questa logica. Entrambi aspirano ad accedere al libero mercato europeo, mentre vogliono liberarsi del controllo dei governi centrali di Madrid e di Londra. In altri termini, la frammentazione degli stati o il rafforzamento delle istanze autonomiste delle comunità locali possono essere viste come il prodotto del processo di integrazione europea.

Tuttavia, i politici europei non sono disposti ad accettare questa giustificazione economica. L’ex presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha recentemente avvertito che gli stati nati dall’indipendenza degli stati membri non saranno automaticamente parte dell’Unione europea (Barroso 2012). E giuristi internazionali sostengono che l’indipendenza delle nazioni che già godono di una grande autonomia all’interno degli stati di cui fanno parte, valorizzando la loro cultura e la loro storia, non è giuridicamente sostenibile. I burocrati europei temono che si crei un precedente che possa coinvolgere quelle che, tra le 250 regioni che compongono l’unione, possono essere chiaramente identificate per identità culturali, etniche o storiche.

Regioni che possono sembrare oggi stabili e in pace potrebbero improvvisamente diventare territori contesi. Per esempio, lo scorso marzo, il Veneto, situato nell’Italia nordorientale, ha indetto un referendum non ufficiale, e piuttosto fittizio, sulla sua indipendenza. Anche il referendum della Crimea, che non è stato una virtuosa espressione della democrazia diretta, ha alimentato le speranze degli indipendentisti di tutta Europa. Alcuni rappresentanti delle nazioni fiamminga e catalana sono stati in visita in Crimea per osservare lo svolgimento delle votazioni.

Placare o assecondare l’indipendentismo?

I gruppi indipendentisti, che siano maturi o meno, sono forze potenzialmente devastanti, il cui potere distruttivo aumenta con l’integrazione economica, sia a livello continentale che a livello globale. Per questa ragione, i governi centrali dovrebbero monitorare le dinamiche strutturali interne del continente, ammettendo la propria vulnerabilità, e controbilanciando l’esistente conflitto di interessi con una riorganizzazione amministrativa.

Negli stati in cui l’indipendentismo è dominante, i governi centrali hanno minori strumenti a disposizione per preservare lo status quo. Nelle situazioni meno preoccupanti, i governi centrali possono evitare lo scontento delle comunità locali attraverso trasferimenti fiscali, regimi fiscali generosi o una maggiore devoluzione. Molte regioni a rischio in Italia sono tenute sotto controllo tramite questi interventi.

Se questi interventi non sono più possibili, i governi centrali possono scoraggiare l’indipendenza attraverso minacce politiche. Il governo spagnolo ha bocciato il referendum catalano e ha posto il veto sull’ingresso della Catalogna nell’Unione europea in caso di indipendenza, mentre il governo britannico ha rifiutato la proposta della Scozia di adottare la sterlina in caso di indipendenza.

In ogni caso, provare a soffocare i movimenti indipendentisti maturi è sconsigliato. Prima o poi, le ambizioni di indipendenza riaffioreranno bruscamente e la disgregazione di uno stato diverrebbe una questione di tempo. Rinegoziare le condizioni di convivenza è molto più efficace delle minacce politiche o, nei casi più estremi, dell’uso della forza. Una transizione graduale è necessaria per limitare i costi economici, politici e amministrativi di una rottura.

Un aumento della frammentazione politica influenzerà di certo gli equilibri di potere all’interno delle istituzioni europee. Ma se l’indipendenza si limita ad una manciata di nazioni, l’aumento del numero di attori politici non necessariamente mette in pericolo l’assetto decisionale di Bruxelles. Infatti, dal momento che i piccoli stati ottengono linfa vitale da un ampio e ben funzionante mercato europeo, essi saranno maggiormente disposti ad approfondire il grado di integrazione economica. Comunque, è interesse di tutti evitare l’effetto domino, che causerebbe un’eccessiva frammentazione e darebbe vita a pericolose tensioni.

Il ventesimo secolo si è aperto con due guerre mondiali che hanno lasciato ferite ancora aperte nelle cartine geografiche europee. Solo la caduta del muro di Berlino ha aiutato a farle rimarginare. Nel ventunesimo secolo, i movimenti indipendentisti rimpiazzeranno il ruolo delle grandi potenze nel disegnare i cambiamenti politici europei.

Riferimenti

Alesina, A e Spolaore, E (2003), The Size of Nations, MIT Press.

Bardos, G N (2013), “Spectre of Separatism Haunts Europe”, The National Interest, 17 January.

Barroso, J M (2012), “Letter of the President of the European Commission to Lord Tugendhat, Acting Chairman of the Economic Affairs Committee of the House of Lords”, 10 December.

Palacio, A (2012), “Europe’s Regional Revolts”, Project Syndicate, 5 November.

Fonte:

Smaller is better: Disintegrated nations in an integrated Europe”, di Edoardo Campanella

Manifestazione a Nantes per una Bretagna unita

Una moltitudine di persone da ogni angolo, tra cui gli artisti Alan Stivell e Gilles Servat, ha manifestato lo scorso sabato pomeriggio [28 giugno, ndt] a Nantes per una Bretagna unità, col ricongiungimento della Loira atlantica alla Bretagna, opzione esclusa dal progetto di riforma territoriale del governo. “Questo è lo status quo e rifiutano il ritorno alla Bretagna dei Paesi della Loira” ha spiegato Jean-François Le Bihan, il presidente di Bretagna Riunita, una delle associazioni organizzatrici.

Non vogliamo che il nostro futuro sia deciso da un tavolo di discussione svoltosi a Parigi”, ha tuonato Jonathan Guillaume, portavoce di 44=Breizh, un’altra associazione che ambisce alla riunificazione. Il corteo, che si è messo in movimento al suono delle cornamuse verso le ore 16, ha riunito 8.450 persone secondo la questura e 15.000 persone secondo il contatto Twitter di 44=Breizh.

Dietro un grande striscione con la parola “riunificazione”, un cartellone mostrava un fotomontaggio di François Hollande con i baffi del maresciallo Pétain, colui che firmò il decreto che separò la Loira atlantica dalla Bretagna nel 1941. Sottotiolo: “È facendo, non importa cosa, che diventiamo, non importa chi”. Il corteo ha unito organizzazioni di ogni genere, dagli ecologisti di Europe Ecologie Les Verts al [partito di centro-destra] Union pour un mouvement populaire e dal Parti Socialiste al [partito liberale] Union des démocrates et indépendants, passando per [i movimenti territoriali] Union démocratique bretonne, Parti breton e il collettivo dei berretti rossi [autori delle proteste in Bretagna dello scorso novembre, ndt].

Attivisti di ogni genere

I manifestanti, che reclamano il ritorno della sola Loira atlantica alla Bretagna, si oppongono allo status quo, ovvero le regioni separate della Bretagna e dei Paesi della Loira, hanno proposto per il progetto di riforma territoriale, anche la fusione delle due attuali regioni, come proposto dai funzionari dei Paesi della Loira. “La democrazia deve prevalere sulla tecnocrazia”, ha dichiarato il deputato ecologista della Loira atlantica, François de Rugy. Marc Le Fur, deputato liberale della Côtes-d’Armor, ha da parte sua denunciato la “mappa giacobina che nega la realtà”. “La Bretagna è una nazione millenaria, più che millenaria”, ha tuonato a sua volta il cantante Alan Stivell.

Il 19 aprile, una precedente manifestazione a Nantes per la riunificazione della Bretagna aveva riunito tra i 5.500 e le 10.000 persone, secondo la questura e gli organizzatori. Mercoledì, molte personalità bretoni, tra cui Alan Stivell e lo scrittore Yann Queffélec, hanno già difeso presso l’Assemblea nazionale la riunificazione della Loira atlantica alla Bretagna. Venerdì, il consiglio regionale della Bretagna ha ribadito, tramite voto, la sua “ambizione”di una Loira atlantica bretone.

Fonte:

Réforme territoriale : manifestation à Nantes pour une Bretagne “réunifiée””, di Le Point.fr

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Il Parlamento basco approva oggi il diritto basco all’autodeterminazione

Da un’iniziativa di EH Bildu e con il voto favorevole del Partito Nazionalista Basco, il Parlamento basco oggi [29 Maggio, ndt] ha proclamato che: «Il Paese basco ha diritto all’autodeterminazione». Si tratta della ratifica dell’accordo risalente al 15 febbraio 1990, anche se con un contenuto più conciso e diretto, omettendo quanto scritto in quella occasione, in cui si sottolineava l’intenzione finale di una dichiarazione parlamentare.

Durante il conto alla rovescia della catena umana per il diritto di decidere organizzata da Gure Esku Dago, il Parlamento basco ha dichiarato il diritto all’autodeterminazione del Paese basco. È la seconda volta che il parlamento lo rivendica in modo diretto davanti al popolo basco. La prima volta fu nel 1990, ma in quella occasione la dichiarazione non ha sortito alcun effetto e non è stata presa nessuna posizione nei successivi 24 anni.

La proposta, presentata da EH Bildu, ha avuto il voto positivo del Partito Nazionalista Basco, così come confermato dall’ufficio stampa del gruppo parlamentare.

Con la maggioranza del Parlamento autonomo, 48 su 75, è stato approvato che «Il Parlamento basco ratifica e proclama che il Paese Basco ha diritto all’autodeterminazione e che questo diritto risiede nel diritto dei cittadini di decidere in modo libero e democratico il proprio status politico, economico, sociale e culturale, anche dotandosi di un proprio stato o condividendo, del tutto o in parte, la sua sovranità con altre nazioni».

Si tratta di una copia letterale del primo punto dell’accordo raggiunto nel febbraio 1990, sostituendo all’espressione popolo basco quella di Paese Basco.

Durante la presentazione di questa iniziativa, che cade nel ventiquattresimo anniversario della dichiarazione iniziale, colui che l’ha firmata, Pello Urizar, ha detto che: «l’accordo del 1990 sradicò le ragioni del conflitto politico basco» e in quell’ottica ha ritenuto importante ricordare quel momento in virtù della «ratifica del parlamento di quella dichiarazione democratica».

Il parlamentare di EH Bildu ha presentato la proposta di legge quando stava per fondare un giornale, che è uscito ieri per la prima volta, per analizzare la necessità di un nuovo status politico per questo popolo. Egli ha osservato che questo status «deve necessariamente basarsi sul riconoscimento del Paese Basco e del suo diritto di decidere».

Maggior sostegno che nel 1990

Il testo approvato il 15 febbraio 1990 è stato modificato dal Partito Nazionalista Basco, Eusko Alkartasuna e Euskadiko Ezkerra che, insieme alla proclamazione del diritto all’autodeterminazione del popolo basco, includeva la difesa dello statuto dell’autonomia come punto di incontro e di conoscenza profonda dell’autogoverno in base al “principio di equità”. Il diritto di decidere, visto come un “sistema dinamico”, entrò così nelle istituzioni.

Quella delibera fu preceduta da un’agguerrita polemica da parte dei partiti unionisti e da una belligerante campagna mediatica.

Quel giorno fu la seconda volta che i parlamentari della coalizione Herri Batasuna si presentarono in Parlamento. Iñigo Iruin si impegnò a difendere il suo emendamento. Tuttavia, tredici rappresentati hanno lasciato l’aula prima del voto, per impedire al Partito Nazionalista Basco, d’accordo solo sul primo punto, ma non sul resto, di evitare di proporre l’approvazione per punti.

Quelle divergenze, frutto anche del momento storico, oggi sono state superate e il Parlamento ha avuto la maggioranza. Se allora i parlamentari furono solo 38, tra il Partito Nazionalista Basco, Eusko Alkartasuna e Euskadiko Ezkerra, che votarono a favore del testo, oggi sono stati 48, grazie ad altri jeltzale [termine che identifica i membri del Partito Nazionalista Basco, ndt] e di EH Bildu.

Inoltre, questa dichiarazione è stata fatta alla vigilia di ciò che sarà una delle più grandi mobilitazioni popolari per il diritto di decidere, una catena umana tra Durango e Pamplona prevista per il prossimo 8 giugno. Anche il contesto internazionale è molto particolare, dato il referendum per l’indipendenza della Scozia e ancor più importante quello della Catalogna, essendo prevista una tornata elettorale il prossimo novembre.

Accordi successivi

Sebbene l’accordo del 1990 a dichiarare il diritto all’autodeterminazione del Paese Basco da parte del suo parlamento, ci sono stati accordi successivi nella stessa direzione, ma che prevedevano ulteriori restrizioni o integrati in proposte più ampie.

Nel 2002, nell’ambito della preparazione del testo del nuovo statuto, è stata approvata una dichiarazione secondo cui «il popolo basco ha diritto a decidere del proprio futuro», facendo esplicito riferimento sia all’accordo del 1990 che al diritto internazionale.

Successivamente, nel 2006 e nell’ambito di un accordo con il Montenegro, il Parlamento ha voluto difendere «il diritto della società basca a decidere del proprio futuro» e ha stabilito «di dover instaurare un dialogo di integrazione e senza escludere nessuno, per arrivare ad un accordo per la normalizzazione politica della nazione basca».

Alla proposta di oggi si è opposta la minoranza unionista del Parlamento. Il Partito Socialista e Unione Progresso e Democrazia hanno presentato una completa modifica del testo. Il primo ha proposto l’aggiornamento dello statuto. Gorka Maneiro ha difeso la Costituzione e sostenuto che nessun cittadino può decidere sull’organizzazione territoriale dello stato.

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Fonte:

La Cámara de Gasteiz ratifica hoy el derecho vasco a la autodeterminación”, di Iñaki Iriondo Gasteiz